MONDI FANTASTICI

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MONDI FANTASTICI
Da bambino a casa mia quando scenneva la sera er cielo se faceva nero come 'na vecchia fotografia, io me mettevo cor naso all'insù a guardà le stelle.
Mamma diceva sempre:
Ma che stai a guardà?
Er mondo mio.
Lei rideva, me passava 'na mano tra li capelli e me stringeva forte.
E quale sarebbe sto mondo tuo?
Io indicavo un puntino luminoso, proprio in mezzo a mille altre stelle.
Quello là.
Nun lo sapevo ancora, ma quello nun era soltanto un punto de luce.
Era casa mia.
Tutto cominciò co' un mio sogno ricorrente .
O forse nun era un sogno.
Me sognavo de trovarmi dentro a 'na stanza enorme, tutta bianca, senza porte e senza finestre. Davanti a me c'era un essere strano: tre occhi, quattro braccia e 'na faccia che, stranamente, me pareva familiare.
Finalmente sei arrivato me disse.
Io rimasi zitto.
Ma... tu parli italiano?
Lui fece un sorriso.
Italiano, romanesco, e altre lingue che ancora nun conosci.
E come fai a conoscemme?
L'essere s'avvicinò e me mise una delle quattro mani sulla spalla.
Perché te ricordamo.
Ma io nun ve conosco!
Tu no. Ma la tua memoria sì.
A quelle parole, la stanza cominciò a tremà.
Le pareti sparirono e davanti a me comparve un nuovo mondo .
C'erano montagne viola, fiumi che brillavano de luce azzurra e città sospese nel cielo. Ma la cosa più incredibile erano l'alberi.
Nun facevano mele, pere o arance.
Facevano caramelle.
Caramelle alla fragola, alla menta, alla pizza, ar limone, ar cioccolato e pure ar supplì.
Ma questa è magia! urlai.
No rispose l'essere. È scienza.
E allora la scienza vostra è matta forte!
Lui rise.
Pure voi, sulla Terra, chiamate magia tutte le cose che ancora nun avete capito.
Poi me portò davanti a una cascata.
Ma nun era acqua.
Era cioccolato.
Cioccolato puro che scendeva da una montagna alta fino alle nuvole e formava un fiume marrone e profumato.
Io guardai l'essere.
Posso assaggiallo?
Certo.
Ne presi una goccia co' un dito.
Era la cosa più bona che avessi mai assaggiato.
A casa tua ve servirebbe 'na cascata così dissi.
Perché?
Perché così finalmente smettereste de litigà su quale sia er gelato più bono.
Poi vidi i bambini.
Ce n'erano a migliaia.
Giocavano, correvano, volavano.
Alcuni avevano tre occhi, altri quattro braccia, altri ancora sembravano fatti de luce.
Ma ridevano proprio come noi.
Vanno a scuola? domandai.
Certo.
E studiano pure matematica?
Anche.
Poveracci.
L'essere scoppiò a ridere.
Qui imparano senza fatica.
Entrammo dentro un edificio enorme.
Un bambino si mise davanti a una macchina luminosa.
La macchina gli mostrò un'immagine.
In pochi secondi il bambino imparò una lingua intera.
Ecco disse l'essere qui la conoscenza non viene imposta. Entra nella mente quando il bambino è pronto.
Io rimasi a bocca aperta.
Quindi nun esistono interrogazioni?
No.
Compiti?
No.
Note?
No.
Professori che dicono "io ve l'avevo detto"?
L'essere mi guardò serio.
Quello purtroppo esiste ancora.
Mi misi a ride così forte che per poco nun cascavo.
Camminammo per ore.
O forse per anni.
Su quel pianeta il tempo era strano.
A ogni passo vedevo qualcosa che mi pareva già d'avè conosciuto: una strada, una voce, un profumo, una carezza.
E allora capii.
Quel posto nun era soltanto un altro mondo.
Era una parte de me ,un luogo della mia fantasia.
Un mondo che avevo nascosto così bene dentro de me da essermene dimenticato.
Perché me lo state facendo ricordà? chiesi.
L'essere abbassò tutti e tre gli occhi.
Perché ogni essere umano nasce con un ricordo di mondi lontani.
E perché ce lo dimenticamo?
Perché dovete imparare a cercarlo.
E poi?
Poi, forse, un giorno, ve ricordate chi siete.
Quando riaprii gli occhi, ero nel mio letto.
Fuori era notte.
Mamma era seduta accanto a me.
Hai fatto un brutto sogno?
Io la guardai.
No, mamma.
E allora perché piagni?
Mi asciugai le lacrime.
Perché ho visto casa mia.
Lei sorrise, convinta che stessi ancora dormendo.
Mi prese tra le braccia e me strinse forte contro er suo cuore.
Io tornai a guardare dalla finestra.
La stella era ancora là.
Piccola.
Lontanissima.
Ma brillava.
E per la prima volta capii che forse i mondi lontani nun stanno davvero a milioni de anni luce.
A volte stanno dentro de noi.
Dentro un ricordo.
Dentro un sogno.
Dentro l'abbraccio de chi ce vuole bene.
Cosi quando arriva la sera, mi basta alzà er naso verso er cielo.
Perché magari, da qualche parte nell'universo, tre occhi e quattro braccia stanno guardando proprio la stessa stella.
E stanno pensando:
“Chi sa quel bambino ... quando torna a trovarci ?"
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